Loading ...

Trasformazione tra le due guerre

Il campo di concentramento di Avezzano dopo la sua prima chiusura (1919)

Finisce la Prima Guerra Mondiale

Chiuso il campo con la partenza degli ultimi prigionieri alla fine del 1919, emerse la questione della destinazione, ossia della proprietà e della gestione dell’intero complesso. All’invito delle autorità militari, che proponevano l’acquisto di terreni e strutture da parte del Comune di Avezzano, il delegato municipale Benigni rispose auspicando la cessione gratuita del campo: “In questa regione devastata, il campo dovrà essere utilizzato a beneficio della regione stessa e per scopi di rilevanza generale che in esso potranno agevolmente trovare sviluppo, quali quelli attinenti all’educazione tecnica e professionale degli orfani di guerra e dei figli dei tubercolotici”. Dopo lunghe trattative, la concessione a titolo gratuito venne ottenuta il 7 settembre 1920 grazie anche all’intercessione dell’onorevole avezzanese Camillo Corradini e si concretizzò in diverse fasi che si conclusero il 29 maggio 1923 con una convenzione che definì le proprietà (terreni, costruzioni ed infrastrutture) da cedere al Comune stabilendo di pari passo gli oneri che ne derivavano per l’Amministrazione.

Nell’ambito della stessa convenzione fu stabilito l’obbligo per il Comune di riservare la parte centrale al Ministero dei Lavori Pubblici (47 baracche in legno e 29 con rivestimento in muratura) e quattro padiglioni alla Direzione Generale delle Ferrovie dello Stato “per l’alloggio temporaneo dei propri impiegati”. In seguito, il Comune riprese il padiglione ex mensa ufficiali offrendo in cambio alle Ferrovie altri due padiglioni (ex dormitorio ed ex uffici dei Carabinieri), pur confermando la volontà di rientrare in possesso di tutte le strutture per demolirle e riconsegnare i relativi terreni ai legittimi proprietari, “come già fatto per le altre costruzioni del campo di concentramento”. L’amministrazione comunale, infatti, aveva deciso di restituire i terreni di proprietà privata ad eccezione delle aree su cui si trovavano i padiglioni, di invitare all’acquisto dei manufatti non utili ai bisogni del Comune (o almeno vendere i materiali ricavabili) e di procedere all’espropriazione solo per quei terreni necessari per l’utilizzo dei padiglioni e dei manufatti da conservare. Molte baracche rimaste si trovavano infatti  in cattivo stato di conservazione poiché erano state occupate abusivamente da sbandati o da operai che lavoravano alla ricostruzione; anche quelle in muratura erano da ristrutturare e adeguare alle nuove destinazioni.

La volontà del Comune, dunque, era quella di tener fede al piano regolatore del 1916 e di non procedere all’ampliamento dell’abitato cittadino attraverso l’inglobamento dell’area; un ampliamento che, nello specifico, avrebbe comportato un aggravio economico insostenibile per le casse comunali. L’amministrazione volle così concentrare gli sforzi sul centro in ricostruzione, per “evitare il frazionamento del Comune e il sorgere di un grosso nucleo abitato molto distante dalla località della risorgente città dove si sono spesi ingenti somme per opere igieniche e dove conviene convergere tutte le forze per affrontare la rinascita stessa”.

Con riferimento alle strutture utilizzabili, fin dai primi anni si concretizzarono diverse richieste di affitto o assegnazione con le destinazioni più disparate: magazzini “per lavori in cemento”, deposito di legname, macchinari o macchine agricole (richiesta della Cattedra regionale di agricoltura), impianto di segheria elettrica, molino, officine per lavori meccanici e abitazioni, lavorazione di mattoni, diverse rivendite private e persino un laboratorio di selezione di semi da barbabietole. Altre richieste giunsero dalla costituenda “Società Sportiva Marsica”, dall’amministrazione del principato Torlonia e successivamente dall’associazione cacciatori di Avezzano (cui fu concesso nel 1938 un padiglione e l’area circostante). A partire dal 1933, su invito della federazione dei Fasci di combattimento, alcuni padiglioni vennero utilizzati per l’attivazione di una “colonia elioterapica” (poi “colonia climatica”) finalizzata ad “irrobustire il fisico di tutti i figli del popolo in condizioni fisiche scadenti e denutriti”. Nel 1937 si decise di destinare un’ampia zona dell’ex campo al cosiddetto “bosco del Littorio” o “bosco dell’Impero” con nuove piantumazioni o rimboschimento dell’esistente e per tale motivo si demolì il capannone/caserma “Luigi Caldieri”. Negli stessi anni, in un locale dell’ex-campo si insediarono la “scuola rurale” e l’asilo infantile. In tale frammentazione di interventi e di interessi, l’area si sviluppò in maniera non coordinata e le strutture dell’ex-campo entrarono lentamente a far parte del tessuto cittadino con scarso controllo e senza una vera pianificazione.

Fonti:

    • Archivio di Stato di Avezzano – Comune di Avezzano – Delibere del Decurionato (1818-1861), del Consiglio (1861-1950) e della Giunta (1861-1920) 
    • Archivio storico Comune di Avezzano (ASCA)
    • Cipriani Clara Antonia, “Il Campo di concentramento di Avezzano. L’istituzione di un campo di prigionieri di guerra austro-ungarici e la nascita della Legione Romena d’Italia ad Avezzano” in «Avezzano, la Marsica e il circondario a cento anni dal sisma del 1915», Simonetta Ciranna e Patrizia Montuori, Consiglio Regionale dell’Abruzzo, 2015.
    • Maccallini Enzo, Losardo Lucio, “Prigionieri di guerra ad Avezzano: il campo di concentramento. Memorie da salvare”, Archeoclub d’Italia, Sezione della Marsica, 1996.
    • Natalia Sergio, “La Marsica tra terremoto e grande guerra”, Kirke, 2016.

Cronologia degli eventi significativi

I momenti chiave del quartiere sorto nella zona dell’ex campo di concentramento di Avezzano.

1920

Concessione gratuita

Dopo lunghe trattative, la concessione a titolo gratuito dell’area del campo di concentramento venne ottenuta il 7 settembre 1920 grazie anche all’intercessione dell’onorevole avezzanese Camillo Corradini.

Anni '20

Riutilizzo del campo

 Si concretizzarono diverse richieste di affitto o assegnazione con le destinazioni più disparate: magazzini “per lavori in cemento”, deposito di legname, macchinari o macchine agricole (richiesta della Cattedra regionale di agricoltura), impianto di segheria elettrica, molino, officine per lavori meccanici e abitazioni.

1933

Colonia elioterapica

A partire dal 1933, su invito della federazione dei Fasci di combattimento, alcuni padiglioni vennero utilizzati per l’attivazione di una “colonia elioterapica” (poi “colonia climatica”).

1937

Bosco dell'Impero
Nel 1937 si decise di destinare un’ampia zona dell’ex campo al cosiddetto “bosco del Littorio” o “bosco dell’Impero” con nuove piantumazioni o rimboschimento dell’esistente e per tale motivo si demolì il capannone/caserma “Luigi Caldieri”.

APPROFONDIMENTI

In preparazione:

Concessione a Comune, FS, Colonia

Edilizia e trasformazione urbana

 

 

 

Condividi la tua storia

Unisciti a noi nel viaggio attraverso la storia del campo di concentramento di Avezzano condividendo i ricordi della tua famiglia. La tua voce è importante per mantenere viva la memoria.